{"id":368,"date":"2017-06-09T17:27:56","date_gmt":"2017-06-09T15:27:56","guid":{"rendered":"http:\/\/www.chiaramangiarotti.it\/?page_id=368"},"modified":"2017-06-09T17:27:56","modified_gmt":"2017-06-09T15:27:56","slug":"il-giovane-favoloso","status":"publish","type":"page","link":"http:\/\/www.chiaramangiarotti.it\/?page_id=368","title":{"rendered":"Il Giovane Favoloso"},"content":{"rendered":"<p><i>Il giovane favoloso<\/i>, Italia 2014, regia di Mario Martone, sceneggiatura di Mario Martone e Ippolita di Majo. Tra i principali interpreti: Elio Germani, Massimo Popolizio, Raffaella Giordano, Paolo Graziosi, Isabella Aragonese, Valerio Binasco, Gloria Ghergo, Antonio Ranieri, Anna Mouglalis, Federica De Cola.<\/p>\n<p><i>Il giovane favoloso<\/i> si apre sulla scena di un giardino. Tre bambini vi irrompono correndo, gioiosamente vocianti: Giacomo e i fratelli Giacomo e Paolina. \u00c8 un\u2019apparizione fugace, brevissima. Subito dopo li vediamo nel chiuso di un ambiente severo, innanzi a un pubblico compassato, dare prova di s\u00e9 in un saggio, interrogati dal precettore. Il padre Monaldo, impaziente di sentire dal primogenito Giacomo le risposte ai difficili esercizi matematici posti, si mostra orgoglioso dei risultati raggiunti dal figlio prediletto. La prima parte del film, ambientata a Recanati, ci mostra in un lampo il mito dell\u2019infanzia e di una luminosa felicit\u00e0 perduta; per passare subito al tentativo del suo recupero da parte di Giacomo adolescente, attraverso lo \u201cstudio matto e disperatissimo\u201d. Nelle stanze della biblioteca, sotto lo sguardo vigile del padre, non tarda a rivelarsi il suo precoce talento di poeta e scrittore. Intorno a questo nodo \u00e8 incentrato tutto il film, come il regista dichiara fin dal titolo <i>Il giovane favoloso<\/i>, ispirato alle parole della scrittrice Anna Maria Ortese: \u201cin un paese di luce, dorme da cento anni il giovane favoloso\u201d . \u201cFavoloso\u201d, da intendersi non solo nell\u2019accezione di eccezionale, ma anche e soprattutto, di capacit\u00e0 affabulatoria. Come scrive il fratello Carlo, fin da piccolo Giacomo aveva una capacit\u00e0 straordinaria di inventare delle favole che proseguiva per pi\u00f9 giorni come se si trattasse di un romanzo \u201cebbe fin da fanciullo l\u2019abilit\u00e0 straordinaria d\u2019inventar fole o novelle, e di seguitarne alcuna per pi\u00f9 giorni, come un romanzo\u201d.<\/p>\n<p>Il linguaggio \u00e8 un dono che tutti, alla nascita, riceviamo dall\u2019Altro. Si manifesta all\u2019origine come balbettio delle parole \u2013 <i>lalingua<\/i> la chiama Jacques Lacan \u2013 qualcosa che porta ancora traccia della fisicit\u00e0 del corpo e che riecheggia nelle liriche mormorate dal giovane poeta. Il dono del linguaggio incide la parola nella carne, che la incorpora sempre e solo secondo il disegno insondabile della contingenza. Per Giacomo, il marchio primario e indelebile \u00e8 stato quello materno, una parola mortificante di cui il suo corpo porter\u00e0 per sempre le stimmate. Martone ce ne offre una raffigurazione plastica nel ritratto della madre Adelaide: una donna priva di sentimenti, mummificata nell\u2019armatura dei suoi doveri di amministratrice del patrimonio famigliare e di una religiosit\u00e0 tanto bigotta quanto mortifera.<\/p>\n<p>La gelida crudezza della madre \u00e8 tuttavia velata dalla figura del padre Monaldo che il regista ci presenta come un uomo dei suoi tempi, un reazionario, ma allo stesso momento, come un padre che ama profondamente Giacomo. Monaldo ricopre affettuosamente la funzione materna, lo vediamo mentre aiuta il figlio a tagliare la carne a tavola e perfino a urinare; lo sostiene e sprona nello studio; crede in Giacomo, nonostante i suoi ottusi pregiudizi. In biblioteca lo richiama, scandalizzato dalla parola \u201combelico\u201d pronunciata dal figlio che sta traducendo Omero dal greco con il precettore. \u00c8 geloso di Giordani, primo e grande mentore del figlio, nasconde le sue lettere, per dar prova infine, nel corso di una visita dello scrittore, di tutta la sua fede reazionaria.<\/p>\n<p>Del dono de <i>lalingua<\/i> Giacomo ne ha fatto poesia ma non ha potuto evitare la devastazione del suo corpo. \u00c8 il caso di dire che \u201cla lingua batte dove il dente duole\u201d, pi\u00f9 la lingua batte, pi\u00f9 si ripercuote sul suo corpo fragilizzato dalla mortificazione materna. Leopardi era convinto che la sua malattia, da lui definita come un &#8220;cieco malor&#8221;, come scrive a Pietro Giordani, un male di non chiara origine, fosse da attribuire all\u2019eccessivo studio. Sembra ormai accertato che Leopardi soffrisse del morbo di Pott o tubercolosi ossea, ma ci\u00f2 non toglie importanza alla componente \u201cpsicosomatica\u201d della sua affezione. Il regista porta in primo piano il corpo di Giacomo, ne sottolinea i tormenti fisici, non certo come causa del suo sentire e del suo esprimersi &#8211; gli fa esclamare: \u201cNon attribuite al mio stato quello che si deve al mio intelletto\u201d; e neanche come impedimento che lo fa indulgere nel pessimismo &#8211; \u201cOttimismo, pessimismo, che parole vuote\u201d . Per Leopardi infatti\u00a0 \u201cUnico divertimento in Recanati \u00e8 lo studio: unico divertimento \u00e8 quello che mi ammazza: tutto il resto \u00e8 noia\u00a0\u201c<b>. <\/b><i>Il divertimento che lo ammazza<\/i><b> <\/b>\u00e8 la traccia<b> <\/b>indelebile della parola dell\u2019Altro nell\u2019evento di corpo. Giacomo ne ha fatto il suo <i>sinthomo<\/i><i><\/i> facendolo passare nel linguaggio attraverso il processo chiamato da Freud sublimazione. Con un neologismo demitizzante, Lacan gli d\u00e0 un nuovo nome: <i>S.K.beau<\/i>, salire su uno sgabello per elevarsi al bello. Fare dell\u2019evento di corpo un oggetto d\u2019arte. L\u2019arte \u00e8 per Giacomo vita, \u00e8 salvezza dalla morte introdotta dalla parola materna che \u00e8 anche sguardo che accoglie o respinge. E pu\u00f2 accecare.<\/p>\n<p>Lo vediamo nella sequenza in cui Adelaide commenta senza nessuna piet\u00e0, come giorno lieto per Dio che accoglie in cielo la sua anima, la morte della giovane fanciulla\u00a0 che Giacomo adolescente, seduto alla sua scrivania, osservava dalla finestra, affascinato dalla sua bellezza. Subito dopo, Giacomo guarda la ragazza sdraiata nella bara che per un attimo apre gli occhi. Lui, a sua volta, strabuzza gli occhi e si precipita fuori della stanza. Nella scena successiva, \u00e8 coricato a letto con una benda nera sugli occhi. Il regista si serve del dato dell\u2019affezione agli occhi di cui Leopardi soffriva, per operare un transfert di morte dalla madre alla donna, transfert che segner\u00e0 l\u2019infelicit\u00e0 dei suoi amori.<\/p>\n<p>La poesia, la scrittura sono per Giacomo una spinta vitale che\u00a0 lo conduce a uscire dalle mura soffocanti di Recanati e della dimora paterna &#8211; prima con il pensiero, quando recita le sue poesie rivolto al paesaggio luminoso che scorge al di l\u00e0 dell\u2019angusto recinto in cui \u00e8 rinchiuso, poi con la partenza reale &#8211; e lo sostengono nella sua personale sovversione. Sar\u00e0 questo il motivo della sua effige capovolta nel manifesto del film?<\/p>\n<p>Con un salto spazio temporale, ritroviamo Giacomo a Firenze, nell\u2019ambiente mondano e letterario dove inizia il suo sodalizio con il napoletano Antonio Ranieri. Qui si consumeranno nella delusione sia il \u201cgrandissimo, forse smodato e insolente desiderio di gloria\u201d cui aspirava, svilito e deriso dagli intellettuali con cui viene a contatto, che la passione amorosa per la bella Fanny Targioni Tozzetti.\u00a0 Il sogno d\u2019amore di Giacomo inizia sotto gli auspici di Eros e Psiche, di cui il nostro ammira la statua nel salotto di Carlotta Lenzoni e sussurra a Fanny: \u201cAmava ad occhi chiusi, senza vedere chi fosse l\u2019amato\u2026 Non c\u2019\u00e8 favola pi\u00f9 bella\u201d. Poco dopo, Fanny, Antonio e Giacomo, attori di un improbabile triangolo, giocano a mosca cieca: Fanny \u00e8 bendata, novella Psiche, i tre si rincorrono ridendo, ma l\u2019incanto svanisce in un attimo, quando le mani della donna incontrano il corpo sgraziato di Leopardi. L\u2019illusione del poeta si infrange definitivamente quando scorge l\u2019amata abbracciata all\u2019amico nella cornice di una finestra illuminata.<\/p>\n<p>L\u2019attenzione del regista si rivolge allo sguardo, contrapposto alla visione: Giacomo pu\u00f2 illudersi di accedere ad uno sguardo d\u2019amore solo nell\u2019oscurit\u00e0, mentre il quadro della finestra coincide e gli conferma il suo fantasma di esclusione. I suoi occhi sono definitivamente desertificati, \u201c<i>deserted soul deserted eyes\u201d<\/i>, come recitano le parole della colonna sonora, l\u2019uomo abbandona le sue insegne, cappello e bastone, il suo corpo si accascia sulla riva dell\u2019Arno. La madre terra a cui si abbandona\u00a0 \u00e8 simbolizzata poco dopo nella statua gigantesca e nuda della Natura, ispirata al <i>Dialogo della Natura e di un Islandese<\/i>, che gli appare con le sembianze della madre. Come questa terribile e distaccata, si sgretola, nemica e indifferente alle sorti dell\u2019umanit\u00e0. Conscio che la natura abbia votato gli uomini all\u2019infelicit\u00e0, Giacomo \u00e8 altrettanto convinto, con grande anticipo sui tempi, che la felicit\u00e0 sia un\u2019invenzione della modernit\u00e0: \u201crido della felicit\u00e0 delle masse, perch\u00e9 il mio piccolo cervello non concepisce una massa felice, composta da individui non felici\u201d.<\/p>\n<p>L\u2019ultima parte si svolge una Napoli funestata dal colera. Una sorta di discesa agli inferi di Giacomo, con il corpo dalla gibbosit\u00e0 prominente sempre pi\u00f9 deforme, ma con un\u2019ironia che non lo abbandona mai: \u201cIl mio fisico \u00e8 cos\u00ec debole che non \u00e8 capace di sviluppare una malattia forte che lo possa ammazzare\u201d. In un crescendo grottesco che vede il suo apice nella visita del protagonista a un sordido lupanare, dove da una tenda sbucher\u00e0 perfino un ermafrodito, l\u2019episodio napoletano contrasta con le scene di Torre del Greco, sotto il Vesuvio in eruzione, dove la natura assurge al sublime. La potenza del vulcano e l\u2019immensit\u00e0 della volta celeste sono l\u2019espressione di una natura che confina l\u2019uomo nella sua piccolezza e vulnerabilit\u00e0. Il film si chiude con la lettura di alcuni passi de <i>La ginestra<\/i>. Come il fiore del deserto, l\u2019uomo \u00e8 condannato a soccombere alla natura nemica, ma se ne avr\u00e0 consapevolezza, potr\u00e0 almeno resistere al fato comune insieme agli altri uomini. Con questa canzone, considerata il suo testamento, Leopardi ha eternizzato in poesia la propria convinzione sintomatica.<\/p>\n<p>Chiara Mangiarotti<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Il giovane favoloso, Italia 2014, regia di Mario Martone, sceneggiatura di Mario Martone e Ippolita di Majo. Tra i principali interpreti: Elio Germani, Massimo Popolizio, Raffaella Giordano, Paolo Graziosi, Isabella Aragonese, Valerio Binasco, Gloria Ghergo, Antonio Ranieri, Anna Mouglalis, Federica De Cola. Il giovane favoloso si apre sulla scena di un giardino. 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